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Un grande omaggio all’umanità della scienza

Interstellar

Eccelsa "fantascienza - scientifica" realizzata da Christopher Nolan


di Veronica Canalini


Scienza è amore. Semplice, chiaro e immediato è il messaggio che viene prepotentemente alla luce dal nuovo film di Christopher Nolan. Al di là del budget stellare, è proprio il caso di dirlo, grazie al quale lo spettatore non dimenticherà tanto facilmente gli incantevoli, nel senso etimologico del termine, effetti speciali; al di là dei tecnicismi del mestiere che, pur potendo risultare indigesti ai non addetti ai lavori, sono del tutto intriganti; al di là, in linea definitiva, dell’impianto monumentale dell’opera, dall’intreccio a incastro come è tipico del Nolan che conosciamo, Interstellar è un film che parla di amore, motore dell’umanità. E, perché no, dell’universo, sembra ammiccare il regista. La scienza è veicolo di amore, è infinito potenziale che l’uomo ha a disposizione per esprimere se stesso come essere che ama, per salvare, per salvarsi. Da una terra impietosa o, più semplicemente, da una terra che non è pensata per lui e che, lentamente, si riprende quello che le è stato tolto: terreno, aria e vegetazione.
Una suggestiva fotografia dai colori caldi, quasi soffocanti (a opera di Hoyte Van Horitema, recentemente molto apprezzato per il lavoro svolto in Lei), ispirata ai dipinti del pittore realista Andrew Wyeth, caratterizza la parte terrestre del film, in apertura e nelle scene successive. Lo scenario è desolante, una vera e propria waste land del corpo e dello spirito: il pianeta che ci ha dato la vita ora ci sta infliggendo la morte. Carestie, tempeste di sabbia, infertilità; niente raccolto, niente cibo. Anche il granoturco, unica coltura sopravvissuta, è destinato alla secca, all’esaurimento.
Cooper (Matthew McConaughey), una volta talentuoso ingegnere aereospaziale animato dal nobile anelito al progresso, è ora umile agricoltore, custode e guardiano di un lembo di terra dal quale nasce ancora, ma solo momentaneamente, la vita. Ma un guardiano, prima esploratore delle infinite possibilità dateci dalla ricerca scientifica, non sa arrendersi all’ apparente realtà dei fatti, non sa accettare la sopravvivenza stentata che condurrà comunque l’umanità a un destino di morte, non può cedere all’inerzia, non può sottrarsi alla ricerca della sola, pur piccola speranza di dare un futuro alla sua specie, e, più di ogni altro, alla sua famiglia. Proprio per salvare i propri figli Cooper compie la scelta più dolorosa e sofferta della propria vita: lasciarli crescere lontani da lui, per dare loro un futuro. Inizia il viaggio più coraggioso che mai sia stato fatto: nello spazio, attraverso wormholes, sulla soglia di buchi neri, in una nuova galassia, in cerca delle condizioni che redano possibile la vita.




Nonostante la trama non si pensi all’ennesimo film fantascientifico; Interstellar fantascientifico lo è, e lo è egregiamente, ma è anche molto di più. Christopher Nolan è attento, quasi maniacale, nel dare al suo prodotto una solida base scientifica, servendosi del supporto di note teorie fisiche (basti pensare che il soggetto è di Kip Thorne), ma non si limita a questo. L’impronta dell’autore traspare tra gli astri, e i livelli di lettura sono molteplici. Più superficialmente si noti uno dei temi preponderanti nel film: il conflitto tra interesse personale e bene comune. Non è mai facile, per nessuno dei protagonisti coinvolti nel viaggio spaziale, come anche per chi è rimasto sulla Terra in declino, andare oltre la paura della morte, propria e di chi si ama, a favore della missione umanitaria. Non è meno difficile capire quando le due istanze possano coincidere. Si può sopprimere il proprio istinto alla sopravvivenza a favore del sacrificio per la missione umanitaria? Non se manca un sentimento di amore. Per questo l’amore proietta l’uomo verso il futuro, gli consente di superare limiti non solo spaziali, ma anche temporali.
Proprio il tempo è l’altro, ma non scisso dal primo, nucleo tematico. Il tempo è relativo, i paradossi temporali animano il film e ne rendono la struttura a scatole cinesi (in questo risuona l’eco di Inception, seppure in Interstellar suddetta struttura emerge solo nel finale). L’uomo non è in grado di comprenderne ancora la vera entità del tempo, ma potrà farlo un giorno, sarà in grado di materializzarlo nella sua dimensione fisica. Questa sorta di epifania si rivela inaspettata al protagonista; proprio quando l’orlo del baratro è vicino, essa si mostra in tutta la sua potenza visiva e lo rende consapevole di quale enorme strumento sia la scoperta. La scoperta scientifica è motore della vita. Come l’amore. La scoperta è il manifestarsi dell’amore.
Un grande omaggio all’umanità della scienza, un’esortazione a non dimenticarne mai la natura, per non rassegnarsi alla fine; questo è Interstellar.



(Martedì 11 Novembre 2014)


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