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L’incontro tra due anime scottate dalla vita

Un sapore di Ruggine e di ossa

Un Audiard imperfetto ma potente


di Paola Galgani


De rouille e d’os di Jacques Audiard, che aveva ottenuto nel 2009 il Gran Premio della Giuria con Un profeta, era molto atteso per questa edizione del festival di Cannes ma è stato il grande sconfitto, non avendo ottenuto premi ma con la soddisfazione di ottimi incassi in Francia fino a questo momento.
Al centro del film è un incontro tra due anime molto diverse: Alì, un pugile senza casa né soldi ma con un bambino di cinque anni a cui non sa fare da padre, e Stephanie, una giovane donna sicura di sé ed altezzosa che fa l’ addestratrice di orche. Dopo un primo incontro casuale in una discoteca, avviene un terribile incidente in cui la donna perde le gambe; Alì rincontrerà così un’altra Stephanie, in sedia a rotelle e disillusa. Con una semplicità che non lascia spazio alla pietà, l’uomo la aiuterà a tornare alla vita e lui stesso trarrà dal loro rapporto la forza di risalire a galla.


Una storia poco convenzionale, in cui si ritrovano alcuni elementi del cinema di Audiard: anche in Un profeta, infatti, c’era un uomo vinto dalla vita, così come nell’intenso Sulle mie labbra (2001) vi era lo stesso rapporto tra un uomo e una donna con un handicap. Come in quel caso, anche qui il cuore del film è il rapporto, fisico innanzitutto, che conduce due persone sofferenti e carenti -nel corpo o nello spirito-, ad andare oltre i limiti delle loro vite, alla scoperta di se stessi, per ritrovare la parte perduta.
Il regista descrive dunque gli stati d’animo attraverso un rapporto fisico, mettendo spesso in evidenza con cruda schiettezza (ed ottimi effetti speciali) il corpo straziato di Stephanie, la sua fragilità femminile di contrasto alla forza maschile di Alì, animalesco nei suoi istinti -che si tratti di lotta, di sesso o di istinto paterno. Cercando con tutte le sue forze di non cedere ai rischiosi cliché sui disabili, l’autore però finisce per cadere in un altro, quello delle coppie improbabili (un esempio visto da poco è nella commedia francese Il mio migliore incubo!), presentandoci dei personaggi-antieroi più verosimili che vivi, piuttosto lontani dallo spettatore. Con la denuncia della disumanizzazione del lavoro, poi, il melodramma lascia posto ad un realismo sulle ingiustizie sociali alla Dardenne (il Belgio c’entra comunque, dato che il film è a metà francese e a metà belga ed anche molti attori sono belgi) un po’ pesante da sostenere.
Grande attenzione all’aspetto estetico: momenti di grande bellezza di immagini (Audiard voleva spazi luminosi dopo quelli angusti della prigione) e tocchi di autentica perfezione si alternano ad altri più virtuosistici e necessariamente più freddi. Ma è l’eccellente direzione di attori che permette agli interpreti di incarnare la vera forza drammatica ed emozionale del film. Come sempre ,il regista affianca volti noti ad altri meno conosciuti (come Kassovitz o Tahar Rahim di Un profeta) ad altri ancora “da reinventare” come Vincent Cassel. Alla prima categoria appartiene, ovviamente, l’intensa Marion Cotillard, che ha dominato la seconda giornata del festival ed ha rilanciato la sua carriera con quest’ottima interpretazione (la vedremo presto nel nuovo Batman). Alla seconda Matthias Schoenaerts, apparso quest’anno nel film belga Bullhead (candidato agli Oscar come miglior film straniero); pur dominato dal carisma della Cotillard l’attore impone con naturalezza la sua forza bruta e la sua presenza davanti alla macchina da presa. Danno il meglio di sé anche gli attori secondari come Corinne Masiero e Bouli Lanners, l’eclettico regista e attore belga visto in Eldorado, Kill me please e autore del bellissimo Les Gèants (tutti film-simbolo del nuovo cinema belga).
Un film potente e ricco, che spiega come che la violenza sia parte dell’umanità e possa essere un mezzo necessario per creare una grande dolcezza o atti di grande bellezza. E riconciliarsi infine con la vita.

Giudizio: ***



(Mercoledì 3 Ottobre 2012)


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