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Un thriller sul fenomeno dell'EVP

White noise


di Elena Scerni


Si può comunicare con l'aldilà? Questo interrogativo attanaglia tutto un popolo di persone che hanno perduto una persona cara e tentano, disperatamente, di ricevere un segno dall'altro mondo.
E' il caso anche di Jonathan Rivers (Michael Keaton), un uomo disperato per l'improvvisa morte della giovane moglie Anna.
La possibilità di comunicare con la defunta diventa per lui un'ossessione quando scopre l’esistenza del cosiddetto fenomeno di voce elettronica (EVP), ovvero la possibilità di registrare le voci dei defunti tramite l’uso di registratori e altri strumenti elettronici. Jonathan comincia così ad usare questo metodo per comunicare con Anna, e ben presto scopre che la moglie intende affidargli una missione ben precisa: impedire che il brutale psicopatico che l’ha uccisa possa fare altre vittime.
Nel disperato tentativo di non spezzare il sottile filo che lo lega alla moglie, l’ossessione di Jonathan per l’EVP cresce al punto da costituire una minaccia per la sua stessa vita. Infatti, man mano che il protagonista si addentra nel mondo del paranormale, i suoi legami col mondo reale si allentano sempre di più.

Malgrado gli avvertimenti da parte di coloro che hanno già fatto l’esperienza del potere dell’EVP, il protagonista viene travolto nella spirale del paranormale finendo per trovarsi sull’orlo della follia. Così, mentre tenta disperatamente di interpretare i messaggi di Anna prima che l’assassino possa fare altre vittime, Jonathan commette un errore fatale.

White Noise oltre ad un thriller paranormale di straordinaria efficacia è un dramma psicologico perchè racconta la storia senza tempo di un uomo ‘normale’ che compie un viaggio straordinario in un territorio sconosciuto e irto di pericoli. E' una sorta di viaggio kafkiano
verso l'autodistruzione.
Fin dall’inizio il regista Geoffrey Sax sapeva che per riuscire a coinvolgere il pubblico nella inquietante avventura narrata nel film occorreva anzitutto rendere credibile il personaggio di Jonathan Rivers, e spingere gli spettatori a stare in qualche modo “dalla sua parte”.
Per rendere visivamente la parabola emotiva e mentale di Jonathan il regista ha giocato molto sull’aspetto cromatico e luministico. Sia la luce che i colori usati sul set, infatti, hanno un riferimento immediato alle situazioni e alle diverse atmosfere del film. All’inizio della storia, la casa di Jonathan e Anna è caratterizzata da caldi colore pastello, come pure gli abiti che indossano. Tutto intorno a loro sembra emanare una luminosità particolare, a sottolineare l’armonia di questa unione. Man mano che la storia precipita nel dramma i colori diventano sempre più sbiaditi: come la vita di Jonathan diventa sempre più oscura, anche gli ambienti in cui si muove diventano cupi e minacciosi. Ma, nonostante l'accuratezza registica e l'ottima intepretazione di Keaton, questo film riesce solo in parte ad essere terrificante come vorrebbe. Semmai è altamente inquietante e non è da consigliare alle persone emotivamente sensibili.
Consiglio post visione: arrivati a casa non accendete la radio!

giudizio: * *



(Sabato 28 Maggio 2005)


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