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Storia di ordinaria immigrazione

Un palazzo come sveglia....


di Samuele Luciano


Questo tenero e poetico racconto di vita vera parla di solitudine e della saggezza di antiche culture trapiantate nelle metropoli.
Sembra avere la vena nostalgica del cinema di Tornatore.
Ma non è il frutto della mente di fantasiosi sceneggiatori. E' l'emozione di un uomo che racconta la sua vita.
Grazie a Samuele per averci commosso.

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Giuseppe R. è arrivato a Milano negli anni ’60. Veniva da Messina ed aveva passato i suoi primi trent’anni a guardare la penisola da lontano. Privo di un titolo di studio, ma con una buona costituzione fisica trovò lavoro presso un’impresa edile di Bovisa e iniziò a fare il manovale in un cantiere affianco al Duomo.
Le mattine di freddo tagliente non spaventavano più di tanto Giuseppe R. che sorrideva a ogni male come fanno le onde prima di infrangersi sulla battigia.
Aveva trovato casa in Ca’ Granda, vicino all’ospedale di Niguarda: niente di che, una stanza, un cucinino e un bagnetto. Il letto lo aveva rimediato al mercatino e le coperte gliele aveva regalate un altro amico in trasferta catanese.
Freddo, freddo, freddo. Non c’è problema basta posizionare il lettino sotto la parete giusta, quella con l’alone grigio va benissimo perché dall’altra parte c’è il camino del vicino, sig. Leprotti nativo di Mantova: mai scambiato due parole, ma il calore arriva alla grande.
Mentre mi racconta della sua vita da single a Milano, Giuseppe R. scopre due occhi sottilissimi sotto l’ombra gettata dalla storica “coppola”.
- Si svegliava presto la mattina, chissà che gelo prima di andare al lavoro. A che ora puntava la sveglia?- gli chiedo incuriosito.
- Quale sveglia? Io mi svegliavo da solo, poi controllavo che l’ombra del palazzo di fronte non fosse arrivata a metà del cortile e così sapevo di avere una buona mezzora per lavarmi e raggiungere il tram. – mi risponde orgoglioso.
Io non posso che rimanere intenerito mentre si stropiccia il naso con le dita grosse e callose da pianista della vita. Poi si toglie la coppola e grattandosi la testa calva continua il suo racconto.
- Una mattina ho fatto tardi… L’ombra del palazzo ricopriva già tutto il cortile, dovevano essere le otto! Non mi sono neanche lavato che sono caduto giù in strada a correre come un matto, ma non c’era nessuno…- sorride - …Alla fermata ero solo, poi mi tolgo la coppola e vedo la neve tutto intorno e la luna piena che pare giorno: erano le due del mattino! – Ride e allunga la mano sul mio braccio per trasmettermi l’emozione di quello strano episodio della sua vita.
Poi si rimette la coppola in testa e si alza dalla panchina, io gli chiedo:
- E dopo cosa avete fatto? -
- Che dovevo fa’, sono tornato a casa e mi sono riaddormentato -.



(Mercoledì 25 Maggio 2005)


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