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Heimat 3 al Festival Europeo di Lecce

Edgar Reitz

Incontro con il regista tedesco


di Roberto Leggio


Lecce.
Il Festival del Cinema Europeo, giunto quest’anno alla sesta edizione, ha dedicato ad Edgar Reitz un omaggio proiettando tutti i sei episodi della terza saga di Heimat.
Il regista di Morbach, membro del gruppo Oberhausen fondatore del Nuovo Cinema Tedesco ha cominciato nel 1980 a realizzare la sua opera omnia che non ha bisogno di interpretazioni.
Adesso, venticinque anni dopo e dieci anni di lavoro, Reitz ha ripreso le fila del suo Ermafrodito serial-cinematografico tornado a raccontare le passioni, le delusioni, i drammi della famiglia Simon di Schabback nell’Hunsrunk dalla caduta del muro di Berlino alle soglie del terzo millennio.
Con questa terza parte (non a caso intitolata Una svolta epocale), il regista tedesco mette forse la parola fine al suo colossale lavoro ma lascia intravedere anche le aspettative che la Germania attuale ha nei confronti del nuovo secolo.
Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Edgar Reizt al cinema Santa Lucia dopo la proiezione di uno degli episodi.

Perché ha deciso di imbattersi in quest’avventura?

Questa è l’opera più lunga mai prodotta nella storia del cinema (54 ore) e ci lavoro da 25 anni. Heimat rappresenta praticamente un racconto cronologico della storia della Germania durante il XX secolo. All’inizio non ero consapevole del fatto che sarebbe diventata una saga così lunga ma poi ho dovuto arrendermi perché la storia procedeva da sé. Il primo criterio che ho adottato per mettere in scena questa storia è stato quello di definire bene dove vivono i personaggi e in quale epoca. Questo è il fatto fondamentale che differenzia la mia opera dai film hollywodiani.

Che ruolo ha la musica nel suo film?
Un ruolo fondamentale. Ho scelto musicisti veri per rappresentare la parte musicale gli attori non avrebbero potuto mettere in scena la qualità di questa rappresentazione.

Che valore ha per lei la parola Heimat?
In tedesco Heimat significa letteralmente il luogo dove si sono trascorsi i primi mesi o i primi anni dell’infanzia. Ma il termine ha anche una “vibrazione” più romantica e denota nostalgia, sapore di cose svanite nel tempo.

Come regista, che collocazione si darebbe?
Faccio parte di quei registi che hanno “creato il nuovo cinema tedesco” a partire dagli anni ‘60. Ma poi dopo i primi dieci film sono entrato in crisi e non sapevo se dovevo continuare con questa carriera. Ho studiato letteratura e per ogni film è affiancato un romanzo. Quindi la scrittura poteva essere l’alternativa della mia vita. Un’altra mia passione è la musica, soprattutto quella classica. Queste due arti (la letteratura e la musica) sono state alla base della mia creatività per realizzare nuove idee.

Come ha fatto a miscelare in Heimat la storia pubblica a quella privata?
Sono partito dalla mia storia personale. Heimat è il tentativo di ricostruire innanzitutto le mie radici. Sono nato in un piccolo paese dove mio padre faceva l’orologiaio. Il primo racconto di Heimat non è altro che la storia dei miei nonni a partire dal 1919. Poi sono andato avanti. Il mio problema adesso e che il film, nel suo complesso, non ha una fine ben definita… non riesco a smettere di raccontare.
Fino ad adesso i personaggi sono diventati più di 300 e per orientarmi ho studiato uno stratagemma: ho appeso al muro del mio studio tutte le loro foto per fare meglio i collegamenti. Devo riconoscere che non faccio tutto da solo, ho una squadra che mi segue da vent’anni e che sta diventando sempre più grande. Heimat è per me come una seconda famiglia…

In uno degli episodi di Heimat 3 c’è una velata critica al capitalismo selvaggio nella Germania del post unificazione. Che ne pensa?

Descrivo la situazione che si è venuta a creare dopo la caduta del muro. Si è passati da un capitalismo leggero ad uno “turbo-capitalismo” che ha portato ad una conseguente crisi economica senza precedenti. La figura del capitalista descritta nel IV episodio è reale: si tratta di una persona che ho incontrato durante un viaggio in treno e che mi ha raccontato le sue vicende professionali.



(Sabato 9 Aprile 2005)


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